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Atlante della fame in Italia 2026: i dati della povertà alimentare

20/10/2026

“Molte volte rinuncio anche al mangiare per darlo ai miei figli.” Ce lo ha detto un genitore intervistato a Milano, e non è l’unico. Tra le 120 famiglie con figli che abbiamo ascoltato a Milano, Napoli e Bari, 4 genitori su 5 saltano il cibo per lasciarlo ai bambini quando non basta.

Questa è la povertà alimentare in Italia. Riguarda 5,4 milioni di persone in Italia, che non possono permettersi un pasto proteico almeno ogni due giorni. I dati arrivano dall’Atlante della Fame in Italia 2026, il nostro rapporto presentato a Roma il 21 ottobre.

Povertà alimentare in Italia: i numeri dell’Atlante 2026

Cos’è la povertà alimentare? Significa non avere abbastanza cibo, ma anche non poter mangiare cibo sano e vario e non potersi permettere i pasti insieme alle persone a cui si vuole bene.

Nel 2025 quasi 1 persona su 10 in Italia vive una forma di povertà alimentare, circa 5,4 milioni di persone. Il rischio è più alto per le famiglie di soli stranieri, per i giovani sotto i 35 anni, per chi vive al Sud e per le famiglie con un solo genitore, soprattutto se è una madre sola.

Secondo l’Atlante, nel 2025 la deprivazione alimentare materiale ha riguardato il 9,3% delle persone, circa 5,4 milioni, contro il 9,9% del 2024. È un lieve miglioramento, che non basta a rassicurare.

Le famiglie con minori

Se guardiamo solo le percentuali, le famiglie con figli minorenni sembrano messe meglio delle altre: il 9,9% fatica a garantirsi un’alimentazione adeguata, leggermente sotto la media nazionale. Ma questo vantaggio dipende dai sostegni economici degli ultimi anni, a cominciare dall’Assegno Unico, che tengono a galla una situazione altrimenti molto più critica senza dare una vera solidità.

Il quadro cambia tra le famiglie più fragili. Quando i genitori sono soli, giovani, stranieri o con un lavoro che dà poche ore, la povertà alimentare supera la media nazionale. Se in casa c’è disoccupazione o un lavoro precario, più di 4 famiglie su 100 hanno almeno un segnale di difficoltà di accesso al cibo.

C’è poi una rinuncia di cui si parla poco. Mangiare insieme a parenti e amici costa, e le famiglie con figli sono quelle che più spesso devono dire di no. Resta fuori anche chi ha meno anni: un bambino che non partecipa ai momenti di convivialità rischia di sentirsi escluso dai coetanei, con effetti sull’autostima e sul benessere psicologico.

Le testimonianze di 120 famiglie in difficoltà

Si mangia quel che c'è

Più di due famiglie su cinque, per motivi economici, hanno saltato dei pasti, passato un giorno intero senza mangiare o finito il cibo in casa. Quasi tutte, almeno una volta nell’ultimo anno, non sono riuscite a mangiare cibo sano e nutriente né a scegliere quello che preferivano.

I pacchi alimentari danno una mano, ma spesso contengono cibi secchi e sempre uguali, senza frutta, verdura, pesce o carne fresca. Risolvono il problema della quantità, non quello della qualità. “Sono mesi che mangiamo le stesse cose ricevute dai pacchi alimentari”, ci ha detto un intervistato a Milano. “Non abbiamo soldi per riempire il carrello con il cibo, almeno per i figli.”

LE RINUNCE

Ilaria Adinolfi, responsabile programmi di intervento in Italia di Azione Contro la Fame, racconta cosa succede ai bambini: “Le rinunce che li riguardano vanno ben oltre i beni materiali.” Tra le famiglie intervistate a Bari, per esempio, nessun bambino pratica sport. Oltre la metà dei genitori ha ridotto le porzioni nell’ultimo anno.

Per molte famiglie non si tratta di un momento difficile che passa: 3 su 4 vivono così da più di 2 anni.

La vergogna

Delle difficoltà economiche si parla quasi solo in famiglia. Circa 7 intervistati su 10 provano vergogna e quasi 4 su 10 nascondono la situazione alla scuola dei figli, ai parenti e ai vicini di casa.

LAVORARE NON SEMPRE BASTA

Quasi tutte le famiglie che abbiamo incontrato dicono di faticare ad arrivare a fine mese, anche quando qualcuno lavora. Un posto stabile non basta più a proteggere: una gravidanza, una malattia o una separazione possono trasformare un equilibrio precario in una nuova emergenza.

Pesa molto anche la mancanza di servizi per l’infanzia. Il 40% delle famiglie che ne avrebbe bisogno dice che questo limita le possibilità di lavorare per chi vive in casa. Nell’88% dei casi, inoltre, i Comuni danno la priorità al nido ai genitori che lavorano entrambi.

Cosa chiediamo a chi decide​

Con l’Atlante portiamo ai decisori politici sei proposte per intervenire sulle cause della povertà alimentare, e non solo sull’emergenza:

  • garantire a tutti i bambini l’accesso alla mensa scolastica;
  • ampliare i servizi per l’infanzia e il pre e post scuola;
  • potenziare le politiche attive del lavoro, per raggiungere chi è più vulnerabile;
  • adeguare i salari a una vita dignitosa;
  • includere programmi di educazione alimentare e finanziaria per gli adulti in difficoltà;
  • far conoscere meglio i servizi sociali, perché molte famiglie non chiedono aiuti a cui avrebbero diritto.

Come aiutiamo le famiglie con "Mai più Fame"

Con il programma “Mai più Fame: dall’emergenza all’autonomia” accompagniamo le famiglie con figli a Milano, Napoli e Bari. Dal 2022 ne abbiamo seguite oltre 600. Le aiutiamo con la spesa, con l’educazione nutrizionale e con percorsi di inclusione sociale e lavorativa, per uscire dall’emergenza e arrivare all’autonomia.

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