"Mi hanno attaccato per un pezzo di pane" | Azione contro la Fame
Khaled (al centro) con Saddam, un ragazzo di 13 anni che ha adottato, e il suo vicino di tenda nel campo di Azraq, in Giordania. © Florian Seriex

"Mi hanno attaccato per un pezzo di pane"

Khaled e Khaldia sono nati in un piccolo villaggio vicino alla città di Hama in Siria. Nove mesi fa, dopo più di quattro anni di conflitto, hanno deciso di fuggire: hanno venduto le loro proprietà e hanno lasciato il Paese per dirigersi in Giordania. Il loro viaggio li ha portati a Rukban, un campo di richiedenti asilo al confine con la Siria. Dopo sei mesi trascorsi in una zona desertica, hanno avuto il permesso di entrare nel Paese e ora vivono nel campo di Azraq, che ospita più di 35.000 persone.

Khaled e sua moglie non volevano lasciare la Siria, ma la situazione era diventata troppo pericolosa. «All'inizio del conflitto, sono ancora riuscito a lavorare sia nell’edilizia sia come agricoltore, ma ora non c’è più nulla» racconta Khaled. Fuggire era l’unica scelta: a ovest la frontiera con il Libano è chiusa, a nord c’è la Turchia. «Rubkan era l’unica possibilità per noi. Le persone parlano arabo, è più semplice per noi».

«Abbiamo affittato una macchina e ci siamo portati dietro solo una piccola valigia con poche cose». Una volta arrivati a Rukban, la delusione è stata forte: «Se avessimo saputo cosa ci aspettava qui, non saremmo venuti» ci spiega. In attesa di passare il confine prima di loro c’erano migliaia di persone senza più niente. Nelle prime settimane, i due hanno dormito in una tenda di fortuna. Per il cibo facevano affidamento dalla distribuzione delle razioni del lato giordano del confine.
Le autorità giordane lasciano passare i profughi con il contagocce, mentre dal lato siriano il numero di richiedenti asilo è in continua crescita. «Ci sono sempre più persone da quando i bombardamenti sono aumentati, le persone venivano da tutta la Siria».

Il gran numero di persone che si affollano tentando di passare il confine ha portato a un aumento delle tensioni: «Capita che quando le organizzazioni umanitarie distribuiscono degli aiuti e la gente capisce che le quantità sono inadeguate, cominciano a lottare per accaparrarsi qualcosa da mangiare. Una volta sono stato attaccato per un pezzo di pane, ho dovuto strisciare per uscire dal mucchio». Dal confine siriano, è stato organizzato un mercato: Rubkan è composta da disperati e da altri che approfittano della miseria.

Da un campo all’altro

Dopo una prima fase di intransigenza, il governo giordano ha progressivamente aumentato il numero di persone a cui è stato concesso di entrare. Da marzo 2016, i richiedenti asilo registrati con l’UNHCR sono passati da 150 a 200 al giorno: l’identità di ogni persona viene attentamente controllata, per evitare che i terroristi possano infiltrarsi tra i richiedenti asilo. Una volta superati i controlli, i rifugiati vengono inviati al campo di Azraq.
Ora Khaled vive qui con la sua famiglia. Gli ultimi ricordi del suo Paese non sono felici: «Quando ero in Siria, ho venduto le mie pecore e tutti quei soldi non mi sono serviti a sopravvivere a Rukban. Non ho parole per descrivere quello che succede lì, ho visto una donna partorire senza qualcuno che l’aiutasse».

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