What It Takes to Eat: Conflict and Sudan’s Fragile Food System è il report pubblicato dal Norwegian Refugee Council (NRC), con il contributo di Azione Contro la Fame, CARE International, IRC e Mercy Corps. Un documento che analizza come il conflitto ha distrutto ogni anello della catena alimentare, dal campo coltivato alla pentola sul fuoco.
Ogni pasto consumato da una famiglia nel Sudan del Nord Darfur e del South Kordofan è il risultato di un atto di coraggio. Il cibo ha attraversato campi minati, posti di blocco armati, mercati bombardati. È arrivato a tavola – quando arriva – solo grazie a contadini che seminano sapendo di poter essere uccisi prima del raccolto, a commercianti che rischiano la vita ad ogni viaggio, a donne che escono in mezzo agli spari per portare qualcosa da mangiare ai loro figli.
“Non chiediamo più cosa mangeremo. Chiediamo chi mangerà.” — Ikhlas, sfollata interna, Nord Darfur
È questo il quadro che emerge da What It Takes to Eat: Conflict and Sudan’s Fragile Food System. La ricerca si basa su 80 interviste a informatori chiave e 40 focus group con agricoltori sfollati, commercianti, membri delle comunità e operatori umanitari nel Nord Darfur, South Kordofan, White Nile e Gedaref.
Un contesto già fragile, reso devastante dalla guerra
Il Sudan è tra i dieci paesi con il maggior numero di persone in insicurezza alimentare acuta, come documentato nella Mappa delle emergenze alimentari globali. Ma i numeri da soli non bastano a descrivere ciò che sta accadendo.
Secondo il Piano di Risposta Umanitaria 2026, oltre 28,9 milioni di persone (il 61,7% della popolazione) si trovano in condizioni di insicurezza alimentare acuta. Di queste, più di 10 milioni versano in situazioni di gravità estrema. La carestia è stata confermata dall’IPC a El Fasher (Nord Darfur) e a Kadugli e Dilling (South Kordofan). Il rischio di espansione riguarda altre venti località.
Prima del conflitto, il 65% della popolazione sudanese dipendeva dall’agricoltura. Oggi, il conflitto tra le SAF (Sudanese Armed Forces) e le RSF (Rapid Support Forces) ha trasformato campi e mercati in teatri di guerra.
Dal campo alla tavola: un percorso sotto assedio
Il report segue il percorso del cibo attraverso tre snodi fondamentali.
Il campo
I contadini sono stati costretti ad abbandonare le terre, uccisi, sfollati. Più della metà degli agricoltori intervistati da CARE International nel Darfur e nel South Kordofan nel 2025 ha dichiarato di non aver potuto raccogliere i propri raccolti in sicurezza. Le scorte di semi sono state distrutte o saccheggiate. I prezzi dei fertilizzanti e dei pesticidi sono più che raddoppiati. Il credito formale è crollato, costringendo i contadini a ricorrere a prestiti informali che li lasciano indebitati anche quando il raccolto fallisce o viene razziato.
La strada
I commercianti navigano una rete di checkpoint, blocchi stradali e tassazioni illegali imposte dalle parti in conflitto. Ad ogni posto di blocco, viene sottratto denaro, carburante o cibo. Prima della guerra, le merci arrivavano dall’est e dal centro del paese via Khartoum. Oggi transitano da Ciad, Sud Sudan o Libia, su rotte costose e pericolose. I mercati vengono bombardati, bruciati, saccheggiati. Quando riaprono, lo fanno solo per poche ore, con i venditori che scavano buche nel terreno per ripararsi dai droni.
La tavola
Quando il cibo arriva alle famiglie, è già passato attraverso tutto questo. Il risultato è che molte persone mangiano una sola volta al giorno — spesso una pappa di sorgo allungata con acqua, senza verdure né proteine. Nei casi più estremi, la gente mangia foglie selvatiche, erba, mangime per animali, bucce di arachidi. Le famiglie guidate da donne hanno tre volte più probabilità di trovarsi in insicurezza alimentare rispetto a quelle guidate da uomini; meno del 2% di queste risulta essere in condizioni di sicurezza alimentare.
lA FAME COME ARMA
Quello che il report documenta con dovizia di prove non è semplicemente il collasso di un sistema alimentare già fragile. È l’uso deliberato della fame come strumento di guerra.
La popolazione è stata privata di cibo, acqua, cure mediche e servizi essenziali in modo sistematico e prolungato. I ricercatori della Yale Humanitarian Research Lab hanno documentato un aumento del 2.040% degli incendi che hanno colpito villaggi e terreni agricoli nella regione tra marzo e giugno 2024.
Tutto ciò avviene in violazione del diritto internazionale umanitario e delle Risoluzioni 2417 e 2736 del Consiglio di Sicurezza ONU, che vietano esplicitamente l’uso della fame come metodo di guerra. Finora, nessuna parte in conflitto ha risposto di queste violazioni.
Unisce dati ufficiali e storie dai diversi contesti: integra le fonti più autorevoli (FAO, WFP, UNICEF, World Bank, Global Network Against Food Crises) con le testimonianze dirette dai progetti, raccontate dagli operatori e dalle famiglie raggiunte dagli interventi dell’organizzazione.
L’obiettivo è semplice: rendere comprensibile la complessità della fame nel mondo e fornire a giornalisti, istituzioni, ricercatori e cittadini uno strumento per orientarsi, analizzare e agire.
