Guerre, clima e aiuti che non arrivano: la nostra Mappa racconta le 10 crisi alimentari più gravi del 2026. Scopri dove e perché.Guerre, clima e aiuti che non arrivano: la nostra Mappa racconta le 10 crisi alimentari più gravi del 2026. Scopri dove e perché.

Mappa delle crisi alimentari globali 2026: la fame raddoppia, gli aiuti crollano

13/10/2026

La nuova Mappa delle crisi alimentari globali di Azione Contro la Fame mostra una fame sempre più concentrata: 177 milioni di persone in soli 10 Paesi, su 266 milioni colpite nel mondo. Nel 2025 sono state confermate due carestie, a Gaza e in Sudan, e 30 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta. Intanto gli aiuti per il cibo sono crollati del 59% dal 2022.

Crisi alimentari globali: 177 milioni di persone in soli 10 Paesi

In dieci anni la fame nella sua forma più acuta è raddoppiata. Nel 2025 ha colpito 266 milioni di persone in 47 Paesi e territori. E proprio mentre i bisogni crescono, le risorse per rispondere diminuiscono e raggiungere chi ha bisogno diventa ogni giorno più difficile.

È il quadro che emerge dalla nuova Mappa delle 10 principali crisi alimentari globali 2026 di Azione Contro la Fame. Il report si basa sui dati dell’edizione 2026 del Global Report on Food Crises (GRFC), sui rapporti FAO-WFP Hunger Hotspots e sull’esperienza dei nostri team sul campo.

Le crisi alimentari globali si concentrano in dieci Paesi

La fame è sempre più concentrata. Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Yemen, Afghanistan, Myanmar, Bangladesh, Pakistan, Sud Sudan e Siria raccolgono da soli 177 milioni di persone, circa due terzi del totale mondiale.

Tre Paesi pesano più di tutti. Nigeria, Repubblica Democratica del Congo e Sudan contano insieme 82,9 milioni di persone in insicurezza alimentare acuta: il 31,2% del totale globale, in aumento rispetto al 28,1% dell’anno precedente.

Un calo nei numeri da leggere con cautela

Il dato dei primi dieci Paesi è più basso dei 196,5 milioni registrati nell’edizione precedente del GRFC. Sembra un miglioramento, ma riflette soprattutto i buchi nei dati disponibili. Alcuni Paesi quest’anno sono rimasti fuori dal conteggio, tra cui l’Etiopia, che nel 2024 contava quasi 22 milioni di persone in insicurezza alimentare acuta.

Anche il taglio degli aiuti umanitari ha ridotto la capacità di raccogliere e analizzare i dati. Misurare la fame fa parte della risposta alla fame: senza sistemi di monitoraggio solidi e continui è più difficile capire come evolvono le crisi, individuare in tempo le situazioni più gravi e mandare le risorse dove servono davvero.

Conflitti e sfollamenti spingono milioni di persone verso la fame

Gli aumenti dei numeri della fame più forti si registrano in Myanmar (+2,3 milioni di persone colpite), Repubblica Democratica del Congo (+2,1 milioni), Afghanistan (+1,6 milioni) e Yemen (+1,4 milioni). In questi quattro Paesi conflitti, instabilità politica e sfollamenti sono tra le cause principali dell’insicurezza alimentare. Insieme contano 17,97 milioni di sfollati interni e 10,3 milioni di persone rientrate dai Paesi confinanti.

Lo sfollamento è una conseguenza della fame, e allo stesso tempo la alimenta. Chi perde casa, terra, bestiame, lavoro e accesso ai mercati spesso perde anche la possibilità di produrre o comprare cibo, e scivola verso livelli di insicurezza alimentare ancora più gravi. 

Sud Sudan: più di metà della popolazione in grave insicurezza alimentare

Il Sud Sudan entra per la prima volta nella Top 10, al nono posto, con 7,8 milioni di persone in grave insicurezza alimentare. Il numero assoluto però non basta a raccontare la gravità della situazione: si tratta del 54,9% della popolazione, e oltre l’80% degli abitanti, circa 10 milioni di persone, ha bisogno di assistenza umanitaria.

Conflitti, sfollamenti e ostacoli all’accesso umanitario si sommano ad anni di vulnerabilità e alla peggiore epidemia di colera degli ultimi vent’anni. Il Sud Sudan è anche uno dei luoghi più pericolosi al mondo per chi fa lavoro umanitario: nel 2026 sono stati uccisi 29 operatori umanitari, cinque dei quali appartenevano a nostre organizzazioni partner.

Gaza e Sudan: due carestie nello stesso anno

Nel 2025 l’allarme ha toccato il livello più estremo. Per la prima volta dal lancio del GRFC nel 2017 sono state confermate due carestie nello stesso anno, in alcune aree della Striscia di Gaza e del Sudan. In entrambi i casi la causa principale è il conflitto, aggravato da restrizioni all’accesso umanitario, sfollamenti e distruzione dei mezzi di sussistenza e dei servizi essenziali.

A Gaza l’87% dei terreni agricoli è stato danneggiato e l’81% delle serre è stato distrutto. Circa il 90% dell’acqua non è potabile e si stima che 1,6 milioni di persone vivano in grave insicurezza alimentare. Il 36% delle famiglie dice di andare a letto affamata, il 41% ha finito del tutto le scorte di cibo in casa e il 54% non riesce a comprare i generi alimentari di base per colpa dei prezzi.

In Sudan, intanto, 33,7 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria: il livello più alto mai registrato nel Paese, con 3,3 milioni di persone in più rispetto al 2025.

Una carestia arriva raramente per semplice scarsità di cibo. Quasi sempre nasce da condizioni create o aggravate dall’uomo. Ed è proprio per questo che si può prevenire.

30 milioni di bambini con malnutrizione acuta

La crisi alimentare diventa subito anche una crisi nutrizionale. Nei Paesi analizzati, nel 2025 quasi 30 milioni di bambini sotto i cinque anni hanno sofferto di malnutrizione acuta, 7,82 milioni dei quali in forma grave. A loro si aggiungono 6,56 milioni di donne incinte e in allattamento.

I Paesi con più bambini colpiti sono la Nigeria (6,4 milioni), il Sudan (4,2 milioni) e la Repubblica Democratica del Congo (4,18 milioni).

Senza acqua pulita la fame peggiora

In tutti e dieci i Paesi della Mappa si ripete lo stesso schema: sistemi idrici e igienico-sanitari già fragili vengono travolti da conflitti, sfollamenti, shock climatici e mancanza di fondi. Ne nasce un circolo vizioso. L’acqua contaminata o assente diffonde diarrea e altre malattie che aggravano la malnutrizione, e la malnutrizione a sua volta indebolisce il sistema immunitario ed espone a nuove infezioni.

In Sudan oltre il 60% degli impianti di trattamento dell’acqua è fuori servizio e da luglio 2024 si contano più di 123.000 casi di colera e oltre 3.500 morti. Nella Repubblica Democratica del Congo, colpita dalla peggiore epidemia di colera degli ultimi 25 anni, solo il 43% della popolazione ha accesso ai servizi idrici di base e il 15% ai servizi igienico-sanitari. In Sud Sudan circa 5 milioni di persone hanno bisogno di assistenza per acqua e igiene, ma ne sono state raggiunte solo 519.000. In Afghanistan, al quinto anno consecutivo di siccità, 21 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile.

Per questo acqua e servizi igienico-sanitari sono una parte essenziale della risposta alla fame. Gli interventi devono tenere insieme sicurezza alimentare, nutrizione, acqua, igiene, salute e mezzi di sussistenza, con risorse sufficienti per riparare e mantenere le infrastrutture.

Aiuti alimentari in calo del 59%

Tutto questo accade mentre la capacità di risposta internazionale si riduce. Tra il 2022 e il 2025 gli aiuti umanitari destinati al cibo nei contesti di crisi sono diminuiti del 59%, tornando ai livelli del 2016-2017. Nello stesso periodo, la quota di popolazione analizzata che affronta livelli elevati di insicurezza alimentare acuta è raddoppiata.

Anche l’aiuto pubblico allo sviluppo è calato del 23% nel 2025, circa 52 miliardi di dollari in meno, e per il 2026 è previsto un ulteriore calo del 6,9% da parte dei Paesi del DAC, il Comitato per l’aiuto allo sviluppo dell’OCSE. I Piani di risposta umanitaria restano gravemente sottofinanziati: nel 2025 erano coperti al 15,9% in Siria, al 26% in Myanmar, al 28% nella Repubblica Democratica del Congo e al 45% in Sudan e Sud Sudan.

Sul campo, un taglio ai finanziamenti non è una cifra astratta. Si traduce rapidamente in una decisione su dove possiamo operare e dove no, quante persone possiamo raggiungere e quante no, quali attività possiamo portare avanti e quali no. Siamo sempre più costretti a dare priorità agli interventi immediati per salvare vite umane, riducendo o rinviando i programmi che aiuterebbero le comunità a riprendersi e a diventare più resilienti. Il rischio è quello di rimanere intrappolati nel circolo vizioso del breve termine: rispondere ripetutamente alla stessa emergenza perché non si dispone delle risorse necessarie per affrontarne le cause.

Raggiungere chi ha bisogno è sempre più difficile

La fame cresce anche perché gli aiuti faticano ad arrivare. Insicurezza, burocrazia e problemi logistici rallentano l’assistenza salvavita, riducono lo spazio di lavoro delle organizzazioni umanitarie e fanno salire i costi. E spesso sono gli stessi operatori a finire nel mirino. Nella Repubblica Democratica del Congo, nel 2025, si sono registrati oltre 600 incidenti di sicurezza che li hanno coinvolti. A Gaza, da ottobre 2023, sono stati uccisi almeno 593 operatori umanitari. In Myanmar, delle 2,5 milioni di persone che vivono nelle aree con i bisogni più gravi, 2,1 milioni si trovano in zone dove conflitti, insicurezza e ostacoli amministrativi impediscono di intervenire.

Poi ci sono gli ostacoli meno visibili. A Gaza solo metà dei camion che entrano riesce a scaricare, e la cosiddetta “Linea Gialla” isola circa il 54% del territorio. In Afghanistan le operatrici umanitarie non possono lavorare liberamente. In Siria la mancanza di liquidità e i limiti all’uso del dollaro complicano la distribuzione di contante e i pagamenti ai fornitori. E la mancanza di fondi diventa a sua volta un ostacolo: in Sud Sudan ci ha costretti a ridurre il personale di oltre il 60%, e oggi molte donne e bambini camminano dalle quattro alle otto ore per raggiungere i servizi sanitari e nutrizionali.

Senza un accesso sicuro, costante e libero da ostacoli, e senza protezione per civili e operatori umanitari, ogni altra misura resta insufficiente.

Cosa chiediamo per fermare le crisi alimentari globali

La Mappa indica tre priorità per spezzare il ciclo delle crisi:

  • proteggere l’accesso umanitario e i civili, garantendo assistenza sicura, costante e senza ostacoli alle comunità colpite;
  • colmare il deficit di finanziamenti, con risorse flessibili, prevedibili, pluriennali e multisettoriali;
  • investire nella prevenzione e nella resilienza, rafforzando i sistemi alimentari locali, l’adattamento climatico, i mezzi di sussistenza e i sistemi di allerta precoce.

La nostra esperienza dimostra che la prevenzione e i programmi integrati fanno la differenza. Quando si affrontano insieme nutrizione, assistenza sanitaria, WASH, salute mentale, sicurezza alimentare e mezzi di sussistenza, le comunità sono maggiormente in grado di resistere agli shock e di riprendersi da essi. Salvare vite oggi è essenziale. Ma non è sufficiente.

Insieme possiamo fermare la fame. Nell’emergenza e per l’autonomia. In Italia e nel mondo.

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